Condividiamo la recensione di Franco Campegiani al libro di Francesco Paolo Tanzj L'uomo che ascoltava le 500 - Tredici racconti e un'invettiva (Edizioni Tracce 2014 - € 16.40), apparsa sul giornale online Libreriamo.it:
Una miscellanea di tredici racconti dal soggetto assai vario, con l'appendice di un'invettiva e l'aggiunta di una dichiarazione di poetica: in questo consiste il lavoro che Francesco Paolo Tanzj ci offre in L'uomo che ascoltava le 500, edito da Tracce di Pescara. Sono racconti quasi tutti autobiografici, ma che, anche laddove scritti in terza persona, in qualche modo riguardano l'autore, coinvolto come conoscente dei protagonisti; oppure come accusatore (è il caso dell'invettiva). Il coinvolgimento diretto dell'autore nelle vicende narrate contribuisce a rafforzare il senso realistico della scrittura, per cui ci troviamo di fronte ad un realismo autobiografico di valenze tutt'altro che intimistiche.
Tanzj racconta esperienze di vita vissuta. I suoi orizzonti sono pubblici, ma nel pubblico egli parla di sé, del proprio universo interiore, delle proprie utopie, della propria visionarietà. Stabili, nel fondo, troviamo gli ideali libertari e cosmopoliti, mai rinnegati, della Beat generation, ma indubbiamente molta acqua è passata sotto i ponti e l'autore ha dovuto fare i conti con la realtà, con una sconfitta degli ideali che tuttavia è solo apparente. Perché dico questo? perché la realtà non è mai schematica, non a senso unico, ma è sempre complessa e articolata. E' onnicomprensiva, in essa c'è spazio per tutto ed ogni elemento gioca un ruolo indispensabile, seppure impalpabile e sottile, come possono essere il sogno e l'utopia. Anche questi fanno parte della realtà.
Un realismo, pertanto, che cozza con quanti pensano di poter circoscrivere la realtà in una formula, come accade ai folli e boriosi detrattori del mistero. Un realismo che si lascia attraversare dal mistero. La realtà è un campo sterminato di contrasti, di contraddizioni, dove tutto è in movimento e dove ciò che oggi sembra scomparso magari riapparirà domani, perché di tutto si alimenta e di tutto ha bisogno la vita. La constatazione del fallimento, per quanto amara e pungente, non fa deporre le armi allo scrittore, come non le fa deporre a qualsiasi vero combattente che, a dispetto dello sconforto, abbia fede in se stesso e nel proprio ruolo.
Fin dal primo racconto, quello del vecchietto che ascolta le 500 alla stregua di uno sciamano, superando in diagnosi, in qualità di meccanico, le più moderne attrezzature elettroniche (assurdo personaggio che "gira su una carrozzina elettrica", scomparendo e ricomparendo all'improvviso "seduto su un apetto"), fin dal primo racconto, dicevo, si viene travolti dalla verve, dal brio, dall'ironia, ma soprattutto dall'umanità di una scrittura veristica e paradossale allo stesso tempo. Nel secondo racconto, poi, Passata è la tempesta, il mistero non è più umoristico, ma si fa inquietante. Bruno, personaggio sfuggente e incomprensibile, che sembra un extraterrestre per i discorsi che fa, fuori dell'usuale, all'improvviso scompare (forse muore, forse no) in circostanze inspiegabili.
Egli un giorno aveva chiesto all'autore, spiazzandolo: "Sei proprio sicuro che le cose che vedi qui intorno siano reali e non una specie di film che proviene dai neuroni di qualche parte del tuo cervello?". Che cos'è allora la realtà? Dove va a finire l'assioma hegeliano, secondo cui ciò che è reale è razionale? Forse Bruno vaneggia, ma Hegel non è da meno, perché il buon senso dice che non c'è nulla di più irrazionale della realtà. Basta con la retorica, le cose appaiono e scompaiono misteriosamente. Tutto dal mistero viene e tutto il mistero ingoia. Il Nulla e il Tutto sono l'uno nell'altro. Prendiamo il popolo dei Sanniti, ad esempio. Unico, dice Tanzj, "che avesse seriamente conteso ai Romani (per tre secoli) il dominio sulla penisola". Scomparso. Certo, così sembra, ma quanto di esso è rimasto nelle successive generazioni, nell'anima e nelle cellule della romanità?
La realtà non è mai nuda e cruda. Sempre i confini di essa si confondono con l'irreale, con il sogno. Non si può partecipare alla vita se in qualche modo non si riesce ad estraniarsi dalla vita. Questo pensiero mi sembra costante nella visione del mondo che Francesco Paolo propina. Immergersi nell'Erlebnis, nel flusso della vita, sarebbe impossibile se si dovesse rinunciare a se stessi, se non si potesse coltivare se stessi ponendo fra parentesi la vita stessa. Sarebbe un lasciarsi vivere e non un vivere realmente. Tutto è paradossale. Per poter essere presenti alla vita, occorre sognare, occorre estraniarsi attraverso il sogno dalla vita stessa.








