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martedì 18 settembre 2012

ANIMAMADRE di Nina Maroccolo: una recensione a cura di Paolo Lagazzi

ANIMAMADRE non è un romanzo tout court,
ma forse è il romanzo - nel senso joyciano del termine - 
il genere a cui più si avvicina.

da una lettera di Paolo Lagazzi

Carissima Nina,
anche questo libro, come i tuoi precedenti, mi ha intrigato, turbato e incantato. Ancora una volta la tua scrittura dispiega i suoi filamenti, le sue arsioni, le sue scintille simboliche e creaturali, i suoi paradossi e i suoi azzardi visionari per dire l’indicibile: il mistero del dolore, il bisogno lancinante dell’amore, le scosse sismiche della cosiddetta realtà, il groviglio karmico dei rapporti parentali e amicali, il peso delle colpe e il richiamo ineludibile della grazia, il sentimento arcaico della terra e gli abissi del cielo, il fluire dei sogni e dei pensieri, il sangue della quotidianità e gli echi dell’eterno… 
I molti diversi registri che utilizzi – il racconto, la poesia in lingua e in dialetto, l’aforisma, la lettera, il diario, la favola, il mito – squadernano una tessitura d’immagini che palpita, graffia e ondeggia, che provoca e irride la nostra falsa coscienza, che è grido e canto, preghiera e bestemmia…
Benché “consapevole”, come tu stessa riconosci, fino a una lucidità “saturnina”, la tua scrittura è anche ricca di volute e abbandoni, controtempi e cortocircuiti di senso: lampeggiante come una danza di angeli dolcissimi e infuriati: scalpitante come un cavallo troppo a lungo rinchiuso, e d’un tratto lasciato libero di fuggire dove vuole… 
La depressione non è, dunque, immobilità dello sguardo, ma esplorazione continua, per quanto rallentata dai tocchi dello stile, dal bisogno di dare una forma all’informe, o di ricavare accordi musicali dal pathos verità e bellezza, dai tremori del cuore e dalle intemperanze dell’angoscia…